Il coraggio della conoscenza

Tempo stimato per la lettura di questo articolo: 12 minuti.

È di un paio di settimane fa la notizia che la subentrante First lady degli Stati Uniti d’America, Jill Biden, ha deciso di non rinunciare al suo ruolo di insegnante universitaria presso il Northern Virginia Community College, nonostante il risultato delle elezioni americane che ha visto il marito trionfare.
Jill Biden già sotto la presidenza Obama, dal 2009 al 2017, era stata la prima donna ad aver conservato il proprio impiego dopo l’elezione del marito a vice-presidente degli Stati Uniti. Oggi, nel novembre 2020, è la prima First lady in 231 anni di storia americana ad assumersi un simile duplice e oneroso impegno.
Biden ha sempre dichiarato di credere profondamente nel ruolo dell’insegnante e nell’obiettivo che questo si propone, al punto da dichiarare, su Twitter, che questo facesse ormai parte della sua essenza e non fosse più semplicemente un lavoro. Da ciò risultano più comprensibili le ragioni della sua scelta.

Nel mese in cui TEDWomen2020 celebra #Fearless, evento virtuale interamente dedicato alle donne, riscopriamo dei talk che ci aiutano a comprendere pienamente lo spirito di questa manifestazione.

«Be bold»

Nell’aprile del 2009 un’altra First lady recentemente pervenuta alla carica (e che, per altro, conosce bene Jill Biden, la quale all’epoca ricopriva, parallelamente, il ruolo di Second lady), Michelle Obama, compie il suo primo viaggio all’estero da quando ricopre il nuovo ruolo istituzionale. È durante questo viaggio che Obama pronuncia il suo TED talk in una scuola femminile di Londra.

Il suo discorso è un appello che comincia con il richiamo, intenzionato a creare un legame con il proprio uditorio, alla vicinanza culturale e linguistica che lega le istituzioni americane e quelle inglesi e continua, rivolgendosi alle giovani menti che la First lady si trova di fronte, «the future leaders of Great Britain and this world», con un breve e appassionato ricordo autobiografico dell’oratrice.
Obama si racconta come cresciuta in condizioni lontane dall’agio che solitamente si può attribuire ai futuri inquilini della Casa Bianca: nata a Chicago da un padre operaio e affetto da sclerosi multipla e da una madre casalinga, ha lottato fino in fondo per arrivare agli obiettivi che ha raggiunto. La donna si presenta come il prodotto riuscito di una buona educazione e del duro lavoro, sempre supportata dalla sua famiglia e dai valori che le sono stati impartiti, «the same qualities that I looked for in my own husband, Barack Obama».

«My brother and I were raised with all that you really need: love, strong values and a belief that with a good education and a whole lot of hard work, that there was nothing that we could not do.
I am an example of what’s possible when girls from the very beginning of their lives are loved and nurtured by the people around them
».

Insieme al marito, ricordando un concetto illustrato anche durante la campagna elettorale, hanno lavorato per colmare la distanza tra “il mondo così com’è” e “il mondo come dovrebbe essere”, obiettivo a cui chiunque dovrebbe pensare di aspirare.
È qui che si inserisce l’appello della First lady alle ragazze: per scrivere il mondo “come dovrebbe essere” è indispensabile un’istruzione eccezionale. È, infatti, solo grazie a questa che è possibile realizzare i propri sogni e fare sentire la propria voce all’interno di una comunità. Per portare avanti dei valori, per quanto nobili siano, l’istruzione è un presupposto fondamentale. Senza coraggio e impegno teso verso la conoscenza, senza studio e passione, non si può essere padroni del proprio destino.
Obama esorta le studenti ad avere coraggio, ad avere ambizione, prefissandosi l’obiettivo di diventare ciascuna il meglio che può dare al mondo, perché «we need strong, smart, confident young women to stand up and take the reins».

È vero che, a meno di ragionare in mondi in cui vige “la legge del più forte”, l’autorevolezza dovrebbe andare di pari passo con l’istruzione, con «the good education» cui fa menzione Obama, ma, quando questo non accade e assistiamo ai trionfi dei moderni demagoghi e fomentatori di folle, è facile risalire, di nuovo, a una larga assenza di istruzione e di spirito critico. Studiare è la più grande arma che abbiamo contro chi ogni giorno cerca di commettere un torto, di approfittarsi del prossimo, di negare dei diritti che ieri sono stati faticosamente conquistati. È necessario conoscere e studiare perché non siano più annullati dei valori fondamentali ancora oggi minacciati da fenomeni come la discriminazione di razza o quella di genere. Privarsi dello studio significa adeguarsi al “mondo così com’è”, cancellare la propria voce in capitolo o, forse peggio, adeguarsi acriticamente a quella della massa. Quanto vogliamo contare dipende solo da noi.

«Conterò poco, è vero:
– diceva l’Uno ar Zero –
ma tu che vali? Gnente: propio gnente.
Sia ne l’azzione come ner pensiero
rimani un coso vôto e inconcrudente.
Io, invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te,
lo sai quanto divento? Centomila.
È questione de nummeri. A un dipresso
è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore
più so’ li zeri che je vanno appresso».

Trilussa, Li nummeri.

«Stand up»

#Fearless era sicuramente anche Christine de Pizan, la prima scrittrice europea di professione, vissuta a cavallo tra il XIV e il XV secolo e autrice, tra i suoi altri lavori, della Città delle Dame, opera nella quale immagina che tre dame, Ragione, Rettitudine e Giustizia, aiutino le donne del suo tempo a costruire una città in cui tutte possano trovare riparo dalle difficoltà e dai luoghi comuni cui la vita le espone.
La città e la stessa opera di Christine si caratterizzano come una grande metafora: l’autrice vuole aiutare tutte le donne smascherando l’ideologia comune che le dipinge come piene di vizi e capaci solo di tessere. È con questo obiettivo che, mentre le donne descritte nel libro si danno da fare per costruire, fortificare e popolare la città solo con «donne di grande merito, perché non ne vogliamo altre», l’autrice pone in bocca alle tre dame già citate efficaci argomenti che di volta in volta, servendosi di frequenti esempi di vite di donne esemplari, demistificano ogni luogo comune sulle donne, che Christine dimostra di aborrire. Tra questi l’idea che le donne siano buone solo a piangere o siano tutte ignoranti o, argomento ancora oggi tristemente attuale, che provino piacere nel subire violenze sessuali.
È nella sua argomentazione contro la presunta ignoranza delle donne che si possono riscontrare analogie con l’appello lanciato da Obama nel TED talk sopra citato. Christine è pronta a smentire il fatto che tutte le donne siano ignoranti: esistono, infatti, alcune dame cui è stato concesso di ricevere un’educazione completa.
Tuttavia l’autrice deve ammettere che nella maggior parte dei casi le donne non hanno questa possibilità e che ciò non è nemmeno del tutto imputabile alla società in cui vivono, ma, al contrario, queste ne sarebbero in parte responsabili decidendo di subire passivamente la situazione.
Christine, quindi, come Obama, lancia alle donne del suo tempo un’esortazione a farsi coraggio e ad affrontare ogni ostacolo che impedisce loro di realizzarsi come meglio desiderano. Come ha spiegato il noto storico e scrittore italiano Alessandro Barbero: «per Cristina, insomma, non è soltanto la società patriarcale che impedisce alle donne di emergere; è consapevole che le donne stesse sono prigioniere di questa trappola, e che per prime devono volere il cambiamento».

«E figlia, figlia,
non voglio che tu sia felice,
ma sempre contro,
finché ti lasciano la voce».

Roberto Vecchioni, Figlia

«Be #Fearless»

Kakenya Ntaiya è un’educatrice e attivista keniana che ha vissuto sulla propria pelle la sfida di un’agognata istruzione per sé e per moltissime ragazze.
Ntaya è nata a Enoosaen, un villaggio del popolo dei Masai in Kenya. Qui, da tradizione, passa l’infanzia aiutando la madre nei lavori di casa e frequenta una scuola fino all’età della pubertà. Raggiunta la terza media, infatti, le donne Masai vengono sottoposte a una cerimonia che le avvia verso il matrimonio combinato e segna il passaggio all’età adulta attraverso il rito della mutilazione dei genitali femminili (MGF), a cui non tutte le giovani ragazze sopravvivono.
Nel suo TED talk dell’ottobre 2012 Ntaiya racconta tutto questo e di come, raggiunti i 13 anni, imponendosi davanti alla volontà del padre, abbia deciso di sottoporsi alla cerimonia solo se questo le avesse permesso di continuare gli studi. La ragazza sopravvive al rito e si iscrive al liceo dove, con lo studio, nutre i suoi sogni di diventare insegnante e non essere costretta a vivere la stessa vita di sua madre, maltrattata e abusata ogni volta che il padre, una volta l’anno, fa ritorno a casa.
Terminato il liceo, Kakenya ottiene una borsa di studio, ma i “padri” del villaggio non acconsentono a che lei frequenti l’università dove è stata ammessa, in America, poiché «this should have been given to a boy». La giovane non demorde e per convincere la comunità maschile a capo del villaggio è costretta a barattare il suo corpo. Riesce, quindi, ad arrivare in Virginia e da quel momento in poi il mondo sembra aprirsi di fronte a lei.

«I enjoyed myself, but during that moment while I was here, I discovered a lot of things. I learned that that ceremony that I went through when I was 13 years old, it was called female genital mutilation. I learned that it was against the law in Kenya. I learned that I did not have to trade part of my body to get an education. I had a right. And as we speak right now, three million girls in Africa are at risk of going through this mutilation. I learned that my mom had a right to own property. I learned that she did not have to be abused because she is a woman. Those things made me angry. I wanted to do something. As I went back, every time I went, I found that my neighbors’ girls were getting married. They were getting mutilated, and here, after I graduated from here, I worked at the U.N., I went back to school to get my graduate work, the constant cry of these girls was in my face. I had to do something».

Ntaiya torna in Kenya e con nuove, molte difficoltà riesce ad ottenere un terreno dalla comunità del villaggio su cui costruire una scuola femminile che desse luce a una nuova alba per molte donne che non sarebbero più state mutilate e costrette a sposarsi a 13 anni, che avrebbero scoperto di avere l’opportunità e, soprattutto, il diritto di vivere la loro vita come meglio credono.

Nel novembre del 2018 Kakenya ha tenuto un nuovo talk per TEDWomen e ha raccontato i primi passi della sua comunità, gli ostacoli che la sua scuola ha superato e la splendida crescita di molte ragazze che ha aiutato a sbocciare, come Linet, ragazza figlia dell’inizialmente reticente padre Momposhi, ma che, grazie all’aiuto di Ntaiya, oggi frequenta l’università in Australia. È anche grazie al sostegno di Momposhi, personalità autorevole all’interno del governo del villaggio di Enoosaen, che Kakenya è riuscita a mettere al bando la MGF nella sua scuola.
Oggi i Kakenya Centers for Excellence hanno contribuito all’istruzione e al sostentamento di almeno 550 ragazze e lo studio che viene loro impartito si intreccia con la cultura che le nonne e la madri Masai insegnano attraverso storia e tradizione.
Ntaiya oggi lavora anche con i bambini e, insieme all’organizzazione non governativa kenyana I’m Worth Defending, ha, inoltre, creato un programma formativo per bambini e bambine che non hanno la possibilità di frequentare la scuola, raggiungendo almeno 10.000 ragazzi.

Il suo appello è lo stesso di Michelle Obama, di Christine de Pizan e di TED: «be #Fearless» e vi avvicinerete quanto più potete al “mondo come dovrebbe essere”:

«Be bold. Stand up. Be fearless. Be confident. Move out, because as you change your world, as you change your community, as we believe that we are impacting one girl, one family, one village, one country at a time. We are making a difference, so if you change your world, you are going to change your community, you are going to change your country, and think about that. If you do that, and I do that, aren’t we going to create a better future for our children, for your children, for our grandchildren? And we will live in a very peaceful world».

«Sapere aude»

In Italia, di recente, ha fatto notizia l’infelice espressione di un noto esponente politico, poi scusatosi, che definiva una bambina triste per la temporanea chiusura delle scuole a causa della pandemia un OGM, un caso tanto straordinario da lasciare pensare di essere stata cresciuta dalla mamma con del «latte al plutonio». Andando al di là della battuta, come detto, poco felice, sappiamo tutti come questa nasconda un fondo di verità. Nella cultura generale e nella mente di molti ragazzi la scuola è, infatti, vista come una costrizione o, peggio, come un’istituzione fine a sé stessa, da cui trarre ben poco di utile.
Per indagare sui motivi di questo spirito diffuso si rimanda a un altro approfondimento del blog di TEDxCatania, basato sulle indagini e i talk di Sir Ken Robinson, educatore inglese di fama internazionale.

La scuola è lo strumento più importante che ci è dato per affermare la nostra identità e assecondare le nostre predisposizioni e capacità, guai se la dovessimo ridurre a un sistema meccanico in cui l’educazione si fonda su un modello standardizzato. La voglia di studiare nasce in corrispondenza alla voglia di trovare il proprio posto nel mondo, in base alla propria essenza, capacità creativa e impegno.
Possiamo solo augurarci che la voglia di istruirsi e di crearsi i presupposti per essere una voce attiva nel mondo non si esaurisca mai e che le personalità che la alimentano e rinnovano ogni giorno perseguano sempre il loro oneroso e onorevole lavoro.
Studiare è un atto di coraggio poiché l’istruzione determina consapevolezza, dalla quale scaturiscono direttamente la possibilità di non arrendersi al “mondo così com’è” e la responsabilità di sapere operare dei cambiamenti se e quando sono necessari.
Per creare un cambiamento serve la voce autorevole e forte di chi ha assimilato la lezione della propensione alla conoscenza (un vero e proprio ardore, studium in latino), base del dialogo e primo gradino per realizzare qualsiasi sogno, anche quello di un mondo migliore, in cui i valori portanti della nostra cultura e i diritti individuali non rischino di essere negati.

«Ti piace studiare,
non te ne devi vergognare».

Vasco Rossi, Albachiara

About the author