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We can change climate change: è possibile cambiare il cambiamento?

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Riconoscerci come esseri umani significa riconoscere l’appartenenza comune ad un pianeta Terra che, indipendentemente da caratteristiche o qualità terze, accoglie tutte le forme di vita senza distinzione dal primo al loro ultimo attimo. La Terra gode di risorse naturali, sostanze, forme di energia, forze ambientali e biologiche che, trasformate e valorizzate, contribuiscono al sistema socio-economico producendo ricchezza e disciplinando i rapporti internazionali tra i vari stati. Le risorse naturali si dividono in risorse idriche, energetiche, minerarie, biologiche e, soprattutto, in risorse rinnovabili, quelle che si rigenerano e non si esauriscono con l’uso (ad es. vento, radiazioni solari, terreno agricolo, alimenti e fibre tessili) e non rinnovabili come petrolio e carbone, disponibili in quantità finita o limitata e destinate inevitabilmente all’esaurimento nel lungo periodo. Tuttavia il concetto di rinnovabilità risulta molto relativo in funzione alle tempistiche con cui il pianeta “consuma” le risorse che, di fatto, non trovano il tempo di rinnovarsi. L’abuso provocato dalle attività umane è, in quanto causa di emissioni nell’atmosfera terrestre di crescenti quantità di gas serra e del conseguente effetto serra, secondo la comunità scientifica, causa principale delle variazioni del clima della Terra (il fenomeno del cosiddetto cambiamento climatico o climate change), di tutti i parametri ambientali e dei loro valori medi. L’impatto che il climate change ha nella vita di ogni essere vivente sulla Terra non è per nulla irrilevante, si parla di innalzamento del livello del mare, incremento delle ondate di calore e dei periodi di intensa siccità, alluvioni, aumento per numero e intensità delle tempeste e degli uragani, distruzione delle barriere coralline, acidificazione degli oceani e diminuzione delle rese nell’industria della pesca, perdita degli habitat, biodiversità, ecosistemi ed estinzione di specie etc. Illustrativo per questa tematica risulta il riferimento all’Earth Overshoot Day (EOD), giorno nel quale l’umanità consuma interamente le risorse che il pianeta può rigenerare in un anno; a partire da questo giorno l’uomo priva la Terra di risorse che questa non è in grado di produrre. Nel 2020 l’Earth Overshoot Day è caduto il 22 agosto, in seguito al lockdown e alle relative misure di contenimento è slittato di oltre tre settimane rispetto a quello dello scorso anno; si può tuttavia stimare che, così facendo, entro il 2050, l’umanità consumerà ben il doppio di quanto la Terra sia in grado di produrre.

Si nota pertanto come il mondo sia messo alle strette, ma (ancora) non tutto è perduto, siamo ancora in tempo per cambiare il cambiamento climatico!

Christiana Figueres, diplomatica costaricana, nel suo talk in occasione dell’iniziativa Countdown lanciata da TED ci parla del motivo del suo ostinato ottimismo riguardo il clima che non considera ignoranza del problema né conseguenza del raggiungimento di un obiettivo, bensì “input necessario per affrontare una sfida; unico modo per aumentare le nostre possibilità di successo”.  «Ora abbiamo un’ultima possibilità per cambiare veramente il nostro corso, questo è il decennio decisivo nella storia dell’umanità» sostiene, aggiungendo «se dimezziamo le nostre attuali emissioni di gas serra nei prossimi 10 anni apriamo la porta a un mondo entusiasmante in cui le città sono verdi, l’aria è pulita, l’energia e i trasporti sono efficienti, i posti di lavoro in un’economia equa sono abbondanti e le foreste, il suolo e le acque si rigenerano. Il nostro mondo sarà più sicuro e più sano, più stabile e più giusto di quello che abbiamo ora».

Il climate change prima di essere una problematica globale diviene quindi questione individuale, così come il suo contrasto, riferibile prima al singolo che alla massa indistinta. Le azioni che ognuno di noi può compiere per ridurre al minimo il proprio impatto negativo sulla Terra sono varie, validi esempi sono ridurre il consumo di carne, acquistare prodotti locali, viaggiare in località vicine alla propria abitazione e per le quali non sia necessario prendere un aereo, evitare materiali monouso riutilizzando/riciclando ciò che si acquista il più possibile, scegliere marche di moda sostenibile, viaggiare con mezzi pubblici o biciclette, ridurre gli sprechi d’acqua, donare quando possibile ad enti di beneficienza ambientali sensibilizzando se stessi e gli altri sulla tematica.

Per “salvare il mondo” basta quindi vivere in una città, avere un cellulare, indossare degli indumenti e, soprattutto, saper scegliere le proprie priorità. Le azioni dei popoli globalizzati, essendo di fatto quelle più influenti nel panorama sociale, sono le più determinanti; il principe William ci aiuta a riflettere a riguardo: «Se non agiremo durante il prossimo decennio, i danni che abbiamo provocato, diventeranno irreversibili. E gli effetti peseranno non solo sulle future generazioni, ma anche su tutti noi, che viviamo oggi. Inoltre, i danni non colpiranno tutti in egual misura. Saranno i più vulnerabili, coloro che dispongono di minori risorse e coloro che hanno avuto il minore impatto nel cambiamento climatico, a subire le conseguenze peggiori». La crisi climatica è un problema sociale quanto politico e nella sua manifestazione effettuale, quando si contestualizza con l’alterazione del microhabitat di diversi individui, sfocia in vera e propria violazione di diritti umani e di varie specie animali (basti pensare allo scioglimento dei ghiacciai o uragani catastrofici). Il principe rileva l’importante ragione giovanile che sta alla base della lotta che inevitabilmente interessa “i più piccoli” perché protagonisti di un futuro che prende sfumature sempre più incerte. «I giovani non pensano più che cambiare sia troppo difficile. Hanno visto il mondo cambiare radicalmente. Sono convinti che la crisi climatica e la minaccia alla biodiversità meriti la nostra piena attenzione e intraprendenza. E hanno ragione. Ora è il momento per ognuno di noi di assumere la guida». La speranza e la grinta giovanili risultano insufficienti, tuttavia, se non accompagnati da un aiuto collettivo che coinvolga l’umanità tutta per l’unico interesse comune davvero esistente. L’attivismo per la salvaguardia del pianeta deve essere,  per definizione, quanto più inclusivo possibile, fondato su una cooperazione tra generazioni vecchie e nuove nella misura in cui le prime costituiscono una classe dirigente che può mettere in pratica le istanze delle seconde non per circostanze politiche, ma per desideri genuini di miglioramento.

Esempio di mirabile attivismo giovanile risulta così il Friday For Future che si identica come vero e proprio sciopero internazionale di protesta in cui migliaia di studenti rivendicano il loro diritto alla salute e a un futuro più sano del presente sensibilizzando sulla tematica del cambiamento climatico. La mente della protesta pacifica è una ragazzina svedese di appena 15 anni di nome Greta Thumberg che iniziò occupando lo spazio esterno al parlamento di Stoccolma e finì per parlare al Palazzo di Vetro ispirando scioperi in più di 125 paesi con più di 7 600 000 persone scese in piazza. «Abbiamo bisogno di una speranza, certamente. Ma più ancora della speranza, ci serve l’azione. Quando inizieremo ad agire, troveremo ovunque motivi per sperare» sostiene Greta.

Le piccole azioni hanno intrinsecamente un enorme potenziale, di fatto le azioni del singolo vincolano il diritto alla salute collettivo che la nostra Carta Fondamentale italiana individua tra i principi fondamentali, garantendolo inizialmente tramite l’articolo 9 e poi, a seguito dell’elaborazione giurisprudenziale della Corte costituzionale italiana, anche attraverso la lettura congiunta degli articoli 2 e 32 che assegnano alla tutela ambientale il rango di diritto protetto costituzionalmente. La lettura congiunta unisce il valore del diritto salute con la tutela del paesaggio e con la macrocategoria dei diritti inviolabili che lo stato ha il dovere di riconoscere e garantire; il Diritto Ambientale (o Diritto dell’Ambiente) si occupa inoltre propriamente della tutela e salvaguardia dell’ambiente e si manifesta su tre livelli, sovranazionale, nazionale e regionale.

A livello internazionale si ricorda il Protocollo di Kyoto, trattato internazionale in materia ambientale riguardante il surriscaldamento globale che impegnava i Paesi sottoscrittori (le Parti) ad una riduzione quantitativa delle proprie emissioni di gas ad effetto serra rispetto ai propri livelli di emissione del 1990 in percentuale diversa da Stato a Stato.

Si evidenza così come ciascuno Stato sia formato da cittadini, aziende, realtà locali, tutti “soggetti emettitori”, corresponsabili del problema e quindi moralmente chiamati ad intervenire in attività di tutela a riguardo cercando di capire le vere necessità di ciascuno, esortando i singoli a riflettere su ciò che è indispensabile acquistare, solo ciò di cui “non possono fare a meno” nel quotidiano tralasciando il superfluo o l’evitabile.

Non è ancora troppo tardi per fermare il cambiamento se si inizia adesso attraverso le abitudini giornaliere più banali e spontanee, scegliendo una bici o un’insalata in più o un determinato brand piuttosto che un altro meno sostenibile; le parole della Figueres, del principe William o di Greta Thumberg e di tanti altri non devono rimanere tali, ma devono diventare linfa vitale per cambiamenti individuali presenti e futuri che hanno come sfondo la solida consapevolezza che “La Terra non ci appartiene: siamo noi che apparteniamo a Lei”.

 

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