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Diritti inviolabili e doveri inderogabili: un confronto tra Cina e Italia sul Covid-19

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Il 31 dicembre 2019 è il giorno a cui risale a Wuhan (città nella provincia dell’Hubei, Cina) la prima segnalazione attribuita allo stesso virus che, in poche settimane, avrebbe raggiunto l’intero globo contando più di 1.000.000 contagi (600.000 solo europei) e più di 80.000 decessi. I dati corrispondono a giorno 09 aprile, ma sono tutt’oggi in crescita. 182 paesi sono stati costretti a fronteggiare un’emergenza unica nel suo genere, ognuno di questi in conformità col proprio ordinamento giuridico e con le leggi fondanti quest’ultimo, tramite misure e restrizioni differenti, ha modificato in tutto o in parte il proprio assetto politico corrente.

Durante l’ultimo mese la nostra quotidianità ha subito un mutamento così radicale da farci mettere in discussione la realtà che abbiamo sempre vissuto insieme a quel corollario di abitudini che davamo (giustamente) per scontate e che pian piano stiamo imparando ad abbandonare. Confusione, paura e ondate di fake news dominano le nostre giornate rendendo sempre meno tollerabili le particolari restrizioni a cui siamo ultimamente soggetti. Tuttavia mentre a Wuhan, già a partire da giorno 13 marzo, si festeggia la chiusura degli ospedali provvisori e gli “zero contagi”, in Italia l’aumentare delle limitazioni non corrisponde ad una così netta diminuzione dei contagi. La categoricità di tali norme, che di fatto limitano molte nostre azioni, inoltre, mette potenzialmente in crisi la condizione di cittadini che più ci appartiene e che ci rende protagonisti attivi del corpo sociale che costituiamo.

Approfondendo la questione in merito ci ritroveremo di fronte ad un bivio con due domande nette del tutto contrapposte:

  • il Governo può davvero varare misure così restrittive da mettere in discussione la nostra stessa condizione di cittadini ostacolandone le libertà e diritti fondanti?
  •  data l’efficacia, perché il Governo italiano non ha adottato le medesime iniziative che in pochi mesi hanno risollevato l’intera nazione cinese?

Cerchiamo allora di effettuare un confronto tra i due diversi modi di gestire l’emergenza tentando di cogliere il rapporto che ogni Stato ha con le normative vigenti che lo definiscono e il range di azione di cui il Governo italiano, in quanto tale, poteva disporre per fronteggiare l’emergenza.

La gestione cinese del contagio e ricorso alla tecnologia

Contemporaneamente alla nascita e alla rapida diffusione del Coronavirus, dopo un’iniziale fase di negazione e segretezza, il governo cinese comincia ad isolare Wuhan e le città vicine costringendo 50 milioni di persone alla quarantena obbligatoria e istantanea. Ogni cittadino deve rimanere nella propria abitazione, chiunque si trovi al di fuori della propria città ha il dovere categorico di non tornare; da un giorno all’altro migliaia di famiglie si dividono, è interrotto il funzionamento di ogni mezzo di trasporto pubblico funzionale all’uscita dall’aerea (prima solo Wuhan, poi gran parte dello Hubei e infine tutta la Cina). L’intera nazione si mobilita per la costruzione di ospedali in tempi record (si parla di strutture sanitarie agibili dopo 10 giorni dall’inizio della costruzione).

Sono realizzati sofisticati sistemi di videosorveglianza, più di 200 milioni di telecamere ispezionano ogni angolo della Cina compresi i bagni pubblici, i magazzini e gli ospedali; riconoscimento facciale, QR code personale e appositi moduli permettono l’ingresso nei luoghi di lavoro, controllati da migliaia di agenti (a Chengdu alcuni di loro hanno ricevuto in dotazione degli elmetti in grado di rilevare la temperatura di ogni passante presente nel raggio di 5 metri).

Per fronteggiare il virus la piattaforma Alipay ha creato Health Code, un’applicazione già attiva in più di 100 città cinesi che ha assegnato a tutti i cittadini un codice QR e, raccogliendo le informazioni fornite da ogni singolo utente e rapportandole ai dati sull’epidemia, ha diviso la popolazione in tre grandi categorie. Gli utenti col codice “verde” potranno viaggiare liberamente, quelli col codice “giallo” dovranno rimanere in quarantena per 7 giorni e coloro che avranno il codice “rosso” dovranno, invece, subire una quarantena di 14 giorni. Anche We Chat, unica applicazione di messaggistica e social media presente in Cina data l’assenza di WhatsApp, Google, Facebook o Instagram, ha adottato simili funzionalità.

Da anni poi il Governo cinese si mobilita per implementare un sistema di controllo sociale, il Social credit system indirizzato a monitorare cittadini, enti e imprese attraverso un complesso sistema di controllo e valutazione. Il punteggio, credit score, di ciascun utente è determinato da vari elementi positivi (servizi sociali, volontariato) a cui corrisponderà un rating positivo, quindi servizi gratuiti o garantiti, ed elementi negativi (multe, debiti non pagati) che, causando un rating negativo, precludono l’acquisto di biglietti per aerei interni, treni veloci, prenotazione hotel (sì, proprio come la puntata Nosedive della serie distopica Black Mirror…).

La tecnologia avanzata si è focalizzata, inoltre, sulla realizzazione e programmazione di robot, “dottori robot” che, occupandosi di misurare la temperatura ai pazienti, consegnare loro cibi cotti e farmaci, monitorare il loro stato di salute, pulire i reparti contaminati evitano del tutto il contatto umano e, quindi, il probabile contagio di medici e personale specializzato. A Wuhan è stato aperto un intero reparto ospedaliero gestito solo dai robot (alcuni sono umanoidi, con testa e corpo e ruote al posto delle gambe, altri sono contenitori muniti di ruote).

Non manca l’utilizzo di droni con altoparlanti e videocamere che, con voci registrate, trasmettono direttive ai passanti, rimproverano chi non rispetta le restrizioni, distribuiscono mascherine e farmaci.

Baidu, il principale motore di ricerca del paese e Alibaba, una delle più grandi multinazionali cinesi, hanno creato un modello di intelligenza artificiale capace rispettivamente di individuare chiunque non indossi la mascherina a lavoro o nei luoghi pubblici e sviluppare un sistema di diagnosi che permette di individuare tramite una TAC la presenza di Coronavirus in pazienti con precisi sintomi.

Censura e sanzioni penali

Dopo una fase di negazione riguardo l’iniziale situazione di emergenza, il Governo cinese ha ritardato il rilascio di informazioni pubbliche sull’epidemia. I primi giorni 8 persone (di cui due esperti medici) cercarono di avvertire il pubblico sull’epidemia nascente, vennero subito messe a tacere e punite dalle autorità locali di Wuhan per “diffusione di voci” e “disturbo dell’ordine pubblico”. Informazioni in merito ci sono fornite da un TED Connects di Gary Liu, amministratore delegato del South China Morning Post, giornale con sede ad Hong Kong che pubblica in lingua inglese, il quale, discutendo delle precise tappe di diffusione del virus, ricorda Li Wenliang, uno dei primissimi medici che, riconoscendo la pericolosità della polmonite, lanciò l’allarme sul virus il 30 dicembre 2019.

«Li Wenliang, Dr. Li, – afferma Gary Liu – posted to a private WeChat group on December 30. These were some of his old classmates from med school. And he said, «Hey, I’m in Wuhan, I’m at the hospital, there is a SARS-like illness», SARS being the epidemic from 2002 to 2003, «There’s a SARS-like illness that is spreading through these hospitals in Wuhan.» A private message. Somebody forwarded it, and it went viral across the Chinese internet […]. The very next day, December 31, was the first time that any Chinese officials[…] acknowledged that there were 27 people, at that moment in time, who had been diagnosed with this mysterious pneumonia, and they reported the cases to the World Health Organization. That was also the day that Dr. Li was reprimanded, officially reprimanded». Dopo essere stato quindi ammonito dalla polizia, Li tornò al lavoro in ospedale ma contrasse il virus da un paziente infetto e morì per le complicazioni dell’infezione il 7 febbraio 2020 all’età di 33 anni. È stato dichiarato martire ed eroe nazionale.

La Cyberspace Administration of China (CAC), l’agenzia governativa che regola il Web, dichiara nei mesi successivi che sarebbero stati puniti i siti Web, gli account e tutte le piattaforme responsabili di pubblicazione di contenuti “dannosi” e atti a diffondere paura. Le autorità hanno il controllo finale su ogni pubblicazione che possono modificare ed eliminare se lo ritengono opportuno. Centinaia di informazioni, definite “voci incontrollate”, sono state censurate per evitare di diffondere il panico tra la popolazione. Memorabile risulta l’intervento del giornalista che documentava la situazione di Wuhan, arrestato dai servizi di sicurezza cinesi per aver mostrato sui social network le restrizioni del governo cinese che talvolta divenivano vere e proprie violenze sui cittadini.

Per quanto riguarda, invece, le sanzioni penali il comunicato della Corte di Pechino ha decretato che «chi nasconde sintomi e informazioni sulla propria persona per sfuggire all’eventuale quarantena» può essere accusato per «trasmissione intenzionale di agenti patogeni e malattie infettive mettendo in pericolo la sicurezza pubblica» rischiando una pena da tre fino a un massimo di dieci anni di reclusione. Nel caso di gravi conseguenze ai suddetti comportamenti la pena passa da dieci anni fino all’ergastolo o addirittura alla pena capitale. Chi, invece, rifiuta di sottoporsi alla quarantena può essere incolpato di negligenza e subire una condanna da tre a sette anni di prigione.

Photo by KAL VISUALS

La gestione italiana del contagio

Dopo la comparsa dei primi due casi di virus in Italia, vengono cancellati i voli diretti in Cina con permanenza domiciliare fiduciaria per chi è stato nelle aree a rischio negli ultimi 14 giorni e obbligo di segnalazione da parte dei soggetti interessati alle autorità sanitarie locali. Giorno 23 febbraio viene approvato un decreto-legge che introduce misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica, l’8 marzo un nuovo Dpcm prevede la creazione di un’area unica (Lombardia e altre 14 Province  italiane) in cui viene prevista l’applicazione di misure rafforzate di contenimento dell’infezione, il giorno  successivo vengono estese su tutto il territorio nazionale. È vietata ogni forma di assembramento di persone ed attività in luoghi pubblici o aperti al pubblico, sono chiuse tutte le attività commerciali, è permessa la circolazione sia tramite mezzi pubblici che privati solo per comprovate esigenze lavorative o per motivi di salute e, in ogni caso, sempre in possesso della dovuta autocertificazione.

Sono stati poi adottati due decreti-legge rispettivamente per l’intervento nei confronti delle imprese in difficoltà con misure su ambiti specifici e, su proposta del Ministro dell’Istruzione e del Ministro dell’Università e della ricerca, per la gestione della “didattica a distanza” funzionale alla conclusione dell’anno scolastico e lo svolgimento degli esami di Stato. Da settimane ormai si svolgono lezioni, esami, corsi e attività didattiche di ogni tipo in via telematica.

Per quanto concerne la “sorveglianza” sono aumentati notevolmente i controlli da parte delle Forze dell’ordine per la verifica del rispetto delle regole predisposte dai decreti governativi sia all’interno che fuori dalle città; la Polizia stradale è attiva ovunque, in particolare sulla viabilità ordinaria extraurbana e su quella autostradale, con pattuglie presenti sulle grandi arterie stradali. Per motivi di matrice culturale, economica e giuridica non sarebbe materialmente possibile l’utilizzo di telecamere di sorveglianza nei luoghi pubblici per diagnosticare il virus, droni o altri sistemi di controllo, radicali ed eccessivamente invasivi. Il ricorso ai droni implica, nel nostro paese, intralcio con la sicurezza, la privacy, l’equilibrio e l’ordine nel traffico aereo. Il Viminale, in particolare il capo della Segreteria del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, Mario Papa, ha dichiarato lo stop categorico all’utilizzo dei droni in attesa di un esito chiarificatorio prima del quale è vietato l’uso di tali strumenti per fronteggiare il divagare dell’epidemia.

Sanzioni penali

Per quanto riguarda la censura giornalistica, ai sensi dell’articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. […]».

A seguito dell’adozione dei decreti emanati dal Governo secondo l’iter costituzionalmente garantito, ricorrono diverse sanzioni per violazioni in merito ai loro contenuti. Il Decreto Legge del 25 marzo 2020, n. 19 recante «Misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID-19» contempla due violazioni di natura amministrativa che stabiliscono rispettivamente il pagamento di una somma da 400 a 3.000 euro che potrà essere aumentata fino ad un terzo se il fatto è commesso alla guida di un veicolo o in caso di recidiva e, nel caso di pubblici esercizi o attività produttive o commerciali, la chiusura dell’esercizio o dell’attività da 5 a 30 giorni.

In riferimento all’ambito penale la violazione intenzionale del divieto assoluto di allontanarsi dalla propria abitazione o dimora, per le persone sottoposte a quarantena in quanto risultate positive al virus, è contemplata dall’articolo 452 (Delitti colposi contro la salute pubblica), I comma, n. 2, del codice penale con la reclusione da 1 a 5 anni.

Conclusioni

La Cina e l’Italia hanno, come abbiamo ampiamente notato, peculiarità culturali, sociali, amministrative del tutto diverse, ciascuna simbolo di una storia e un passato differente e singolare. La tradizione orientale radicata nei secoli ha permesso lo sviluppo di rapporti sia interpersonali che con le stesse autorità estranei a quelli occidentali, ma non per questo meno validi. Vivere razionalmente la situazione di emergenza odierna significa considerare la fiducia nelle capacità del proprio Paese non come un’alternativa escludente al rispetto delle decisioni di stati terzi, ma come strumento per il raggiungimento di un maggior grado di consapevolezza e serenità.

Siamo davvero sicuri che le misure restrittive adottate dal governo italiano mettano in discussione la nostra stessa condizione di cittadini e il nostro primario diritto alla libertà?

Secondo l’articolo 16 della nostra Costituzione «Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza […]».

Lo stesso riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo sancito dall’articolo 2 della Legge fondamentale si collega all’adempimento dei doveri, per l’appunto inderogabili, di solidarietà politica, economica e sociale; le due realtà sono connesse e inscindibili e trovano il fondamento una nella ratio dell’altra.

In un clima politicamente devastato tra un’Inghilterra e la sua herd immunity ed un’Ungheria con un capo di governo che detiene ora “pieni poteri”, è giusto ritrovare, oggi come mai prima, il valore più proprio dell’essere cittadini nell’unità e nella solidarietà fondanti il rispetto delle nostre vite e, soprattutto, di quelle degli altri.

Cover by James Yarema

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