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E se i politici fossero estratti a sorte?

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Immaginate un Paese in cui non esistono le elezioni. Niente campagne elettorali, comizi in piazza, dibattiti televisivi a ridosso del voto e manifesti affissi ovunque. No, non stiamo parlando di una feroce dittatura in cui è assente qualsiasi organo di rappresentanza dei cittadini, ma di un Paese in cui i membri del Parlamento (e, in alcune ipotesi, anche del Governo) sono estratti a sorte.
Non si tratta di una boutade, né dell’ambientazione di un romanzo a tema distopico, ma della proposta di diversi studiosi per superare la crisi delle istituzioni rappresentative, dando nuova linfa alle logorate democrazie contemporanee.

In realtà, l’idea di selezionare i titolari di cariche pubbliche mediante sorteggio, che si è guadagnata un posto non secondario nel dibattito politologico e scientifico degli ultimi anni, viene da lontano: già nell’antica democrazia ateniese alcuni importanti uffici pubblici venivano affidati a cittadini estratti a sorte – attraverso un peculiare strumento, il kriterion – tra tutti coloro in possesso di determinati requisiti (erano cittadini gli ateniesi di sesso maschile e in età adulta, con l’esclusione, naturalmente, degli schiavi). Lo stesso Aristotele, nel IV secolo a.C., metteva in guardia sulla natura oligarchica delle elezioni, contrapposta all’essenza democratica dello strumento del sorteggio per individuare i titolari di cariche politiche. Nel corso dei secoli si sono registrati altri esempi, tendenzialmente meno noti, di assegnazione di alcune cariche pubbliche a sorte: in diverse città lombarde tra il XII e il XIII secolo, a Venezia fino al XVIII secolo, a Firenze a partire dal XIV secolo, e in alcune piccoli centri svizzeri, tra il XVII e il XIX secolo. Oggi il sistema del sorteggio è consolidato da decenni, in numerosi sistemi politici, per le selezione di alcuni organi giurisdizionali (soprattutto in materia penale), ai quali per definizione non sono affidate decisioni politiche.
L’idea di estendere questo metodo agli organi politici ha avuto una certa eco anche nel nostro Paese: qualche anno fa il sorteggio dei parlamentari è stato proposto da un’importante figura di un grande partito politico. 

Ma un modello di questo tipo potrebbe essere davvero realizzato al giorno d’oggi, su larga scala, in uno Stato di dimensioni medio-grandi? E, soprattutto, un sistema politico del genere potrebbe essere definito a pieno titolo “democratico”? Brett Henning, attivista ungherese, autore del libro The End of Politicians. Time for a Real Democracy, nonché cofondatore della Sortition Foundation, che da anni propone l’implementazione di questo metodo di selezione dei rappresentanti politici, è convinto di sì.

Nel suo talk, Henning, chiarisce il significato e la portata della selezione casuale (sortition) per le cariche politiche:

«Immaginiamo di scegliere te e te, e te e te e te laggiù e un po’ di altre persone a caso, e di mettervi in parlamento per il prossimo paio di anni. Certo, potremmo stratificare la selezione per essere certi che corrisponda al profilo socio-economico e demografico del Paese e che sia un campione davvero rappresentativo della popolazione. Il cinquanta per cento sarebbero donne. Molti sarebbero giovani, alcuni vecchi, pochi ricchi, ma per la maggior parte sarebbero persone normali come voi e me. Sarebbe un microcosmo della società. Questo microcosmo simulerebbe il nostro pensiero, se avessimo il tempo, le informazioni e un procedimento corretto per arrivare al cuore morale delle decisioni politiche. E anche se voi non foste in quel gruppo qualcuno della vostra età, del vostro sesso, qualcuno della vostra città e qualcuno con il vostro background sarebbe in quel gruppo».

Secondo Henning, l’adozione di questo sistema consentirebbe di superare i difetti degli attuali modelli democratici, ripristinando la fiducia dei cittadini nella politica e permettendo una rappresentazione accurata della società nelle sue differenti categorie sociali e professionali, senza però determinare la formazione di una classe di politici di carriera.

Lo speaker passa poi in rapida rassegna alcune esperienze recenti di attuazione del metodo del sorteggio e di movimenti che ne rivendicano l’adozione, per sostituire definitivamente o integrare il metodo elettorale.

«Con il sorteggio possiamo sperimentare. Possiamo introdurlo nelle scuole, nei posti di lavoro e altre istituzioni, come Democracy in Practice sta facendo in Bolivia. Possiamo creare assemblee di cittadini e giurie per la linea politica, come la New Democracy Foundation sta facendo in Australia, come il Jefferson Center sta facendo negli USA e come il governo irlandese sta facendo proprio ora. Possiamo creare un movimento sociale che chieda cambiamento, ovvero quello che sta facendo la Sortion Fountation nel Regno Unito. Forse il primo passo sarebbe una seconda Camera nel nostro parlamento piena di persone scelte a caso, un senato di cittadini, se volete. C’è una campagna per un senato di cittadini in Francia e un’altra campagna in Scozia e potrebbe, certamente, essere fatto qui in Ungheria».

Ma quali sarebbero le conseguenze dell’adozione del metodo del sorteggio (che alcuni commentatori preferiscono denominare “demarchia”, “stococrazia” o “democrazia aleatoria”) rispetto alle classiche elezioni?

Da un punto di vista statistico, con ogni probabilità, l’organo elettivo sarebbe più rappresentativo di quanto non accada oggi con il metodo elettorale. Il Parlamento, in questo modo, sarebbe uno specchio fedele della società, delle sue diverse fasce geografiche e reddituali, nonché delle differenti categorie sociali e professionali presenti nel Paese. Inoltre, verrebbero meno la natura tendenzialmente stabile dell’attività politica rappresentativa e i suoi effetti distorsivi sul sistema: la selezione casuale degli eletti non consentirebbe la formazione di rendite di posizione e potentati, e ciò, secondo alcuni, renderebbe il sistema meno esposto alle pressioni dei gruppi di potere e a fenomeni di corruzione. A ciò si aggiunge la considerazione che in molti ordinamenti il costo delle campagne elettorali è estremamente alto, con la conseguente impossibilità, in concreto, di partecipare alla competizione politica per chi non possiede un reddito consistente o è privo di finanziatori. Una barriera economica che con la prospettiva del sorteggio verrebbe meno, consentendo a tutti di accedere alle cariche pubbliche, indipendentemente dalle condizioni di partenza. Infine, secondo i sostenitori di questo metodo, i politici estratti a sorte sarebbero meno permeabili ai repentini mutamenti d’umore dell’opinione pubblica e non agirebbero assecondando il desiderio di una futura rielezione.

Tuttavia, non mancano gli oppositori all’adozione di questo sistema. I critici ritengono la proposta demagogica, figlia della sfiducia nelle classi dirigenti alimentata dai movimenti antipolitici, in irresistibile ascesa in molti Paesi del mondo. Secondo alcuni, saremmo in presenza di un tentativo di sostituire la politica con una forma di postpolitica fondata sul caso, in cui nessun rilievo avrebbero le idee politiche dei cittadini.

In particolare, si obietta che la rappresentanza politica dovrebbe essere tenuta ben distinta dalla rappresentazione statistica o sociologica. Quella democratica è infatti una rappresentanza d’interessi, e non è detto che gli appartenenti a una stessa categoria sociale o professionale abbiano i medesimi interessi o la stessa visione politica. I detrattori sostengono che con il modello del sorteggio al diritto di concorrere, in condizioni di parità, alle cariche pubbliche verrebbe sostituita l’identica probabilità statistica di essere sorteggiati nella “lotteria del Parlamento”. Secondo i critici, inoltre, un sistema del genere farebbe venir meno la professionalizzazione della politica, con il rischio che vengano eletti rappresentanti tendenzialmente meno competenti, anche se a ciò potrebbe ovviarsi con un potenziamento dell’apparato tecnico di supporto all’attività parlamentare, in modo che al rappresentante vengano forniti tutti i dati necessari per assumere una decisione consapevole anche in assenza di competenze specifiche. Oltretutto, il sorteggio precluderebbe la valorizzazione delle competenze acquisite da coloro che hanno già ricoperto cariche politiche, i quali, anche in caso di giudizio positivo del loro operato da parte dei cittadini, non potrebbero essere riconfermati nell’incarico con una seconda elezione. In ultima analisi, ciò condurrebbe a una generale deresponsabilizzazione dei governanti rispetto alle decisioni assunte. Inoltre, secondo i suoi oppositori, è indimostrato che il sistema del sorteggio contribuirebbe a prevenire fenomeni di corruzione: le persone disoneste, infatti, esistono anche al di fuori della categoria dei politici di professione. Lo stesso problema del costo elevato delle campagna elettorali, che escluderebbe di fatto i meno abbienti dalla possibilità di aspirare a essere eletti, potrebbe essere eliminato attraverso soluzioni alternative, ad esempio approntando un sistema di finanziamenti pubblici che tenda ad eliminare, o comunque a ridurre, gli squilibri economici tra i cittadini e le conseguenti disuguaglianze nei mezzi utilizzati dai candidati per condurre la campagna elettorale. Secondo questa seconda corrente di opinioni, la selezione casuale dei politici non avrebbe nulla di democratico, non consentendo ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti sulla base del proprio orientamento politico.

Una posizione intermedia è rappresentata da chi ritiene che il sorteggio possa, senza sostituirle, affiancarsi alle elezioni tradizionali, soprattutto a livello locale e per organi con funzioni meramente consultive, così configurando un sistema politico misto. In questo modo, le persone selezionate casualmente non avrebbero un reale potere decisionale, ma potrebbero indirizzare le scelte fornendo al decisore politico, eletto dai cittadini, un termometro attendibile delle diverse sensibilità presenti nella comunità di riferimento. Con un sistema di questo tipo, secondo alcuni, si favorirebbe la democrazia partecipativa e il coinvolgimento dei cittadini nella determinazione delle scelte più importanti per la vita della polis, senza tuttavia sacrificare la possibilità per questi ultimi di scegliere i propri rappresentanti conformemente alle proprie posizioni politico-ideologiche.

Esperimenti del genere sono stati realizzati, nel corso degli anni, istituendo appositi organi consultivi su specifiche materie composti da cittadini estratti a sorte, presso alcune comunità locali in Spagna, Irlanda, Polonia, Beglio, Irlanda, Canada, Australia, Bolivia. A parere di alcuni politologi, strumenti di questo tipo rappresenterebbero un buon compromesso tra le due opposte posizioni sul tema, e contribuirebbero a riavvicinare i cittadini alla politica, rinsaldando il legame tra rappresentanti e rappresentati. 

Secondo un noto aforisma, attribuito a Winston Churchill, «la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora».
Che il celebre statista britannico possa in futuro essere smentito?

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