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Empatia e cecità

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«Quando mi chiedo perché amo la letteratura, mi viene spontaneo rispondere: perché mi aiuta a vivere. […] Piuttosto che rimuovere le esperienze vissute, mi fa scoprire mondi che si pongono in continuità con esse e mi permette di comprenderle meglio»

                                                                                        La letteratura in pericolo, Tzvetan Todorov

Tomas Elemans presenta la sua riflessione sulla letteratura a partire da un’idea simile. Un romanzo è capace, infatti, di portarci in nuove realtà e sviluppare la nostra immaginazione, ma spesso, quando si parla di letteratura, d’immaginazione e non, viene tralasciato un aspetto cardinale, il più edificante dell’operazione della lettura: l’empatia.

Il significato etimologico di “empatia” è “sentire dentro”. Come se fossimo immersi in ciò che leggiamo, ci perdiamo in ciò che sentiamo come uguale a noi, che ci ricorda la realtà, emozioni che abbiamo provato e di cui troviamo piena corrispondenza quando le troviamo espresse in una poesia, nello stato d’animo di un personaggio fittizio o in una canzone.

La letteratura permette quindi una migliore comprensione di sé stessi, ma anche un’apertura verso l’intero universo umano, consentita dall’immedesimazione e da un sentimento intimo di intesa.

Elemans racconta, a tal proposito, la sua personale esperienza di lettura di Eroi della frontiera, romanzo di Dave Eggers, riconoscendo come, proprio attraverso l’immedesimazione nel personaggio di Josie, sia passato da una sostanziale indifferenza verso la trama sviluppata nel libro, a provare emozioni profonde e sincere in cui riconosceva la propria personalità, mossa dall’immaginazione e portata in Alaska, al posto del protagonista del libro.

La lettura, in questi termini, può essere un antidoto allo stress che ci circonda, un’alternativa alla meditazione, una riflessione guidata, ma non filtrata, un’immersione nella nostra immaginazione.

Empatia e quarantena

In queste settimane d’emergenza, dopo l’attuazione del decreto #IoRestoaCasa dell’11 marzo, l’atmosfera di compartecipazione emotiva si è fatta densissima e ne sono prova le più svariate iniziative: da quelle di beneficenza verso gli ospedali e la spesa per la sanità pubblica a quelle di chi prova a riaccendere il buonumore nella gente organizzando flashmob musicali (tenuti rigorosamente sui balconi) o, nel caso di artisti come Jovanotti o il gruppo musicale degli Eugenio in Via Di Gioia, tenendo qualcosa di simile a delle live session in diretta su Instagram. Sono momenti di solidarietà diffusa e, pur nelle proprie case, sembra di essere tutti più vicini, presenti empaticamente nell’altro.

Cosa leggere durante la quarantena?

Ovviamente l’esercizio della lettura resta una risorsa inestimabile per la comprensione dei tempi attuali e un raffronto su quanto sta accadendo. Ed ecco così che viene riscoperta l’attualità dell’orrido cominciamento del Decameron, lucida riflessione sugli effetti di un’epidemia sulla società, le pagine sulla peste dei Promessi Sposi e ancora quelle di Tucidide e Lucrezio. Più cronologicamente vicine al nostro orizzonte temporale appaiono La peste (1947) di Albert Camus e Cecità (1995) di José Saramago, su cui ci soffermeremo in questa sede.

José Saramago, premio Nobel per la letteratura nel 1998, ha dichiarato, in un’intervista tenuta da Luciano Minerva per la RAI, che «la letteratura ha il potere di fare accadere in modo logico quello che nella vita reale non potrà mai avvenire […] in fondo quello che l’autore propone al lettore è una specie di patto». Una volta accettata questa condizione iniziale, tutto nei suoi romanzi avviene in maniera rigorosa e lucida, seguendo un filo conduttore razionale.

Per esempio, nel Saggio sulla lucidità si presenta l’improbabile caso di una votazione unanime a scheda bianca e ne Le intermittenze della morte la popolazione deve affrontare i necessari problemi che sorgono quando la morte, per definizione inevitabile, sembra prendersi uno sciopero. È da queste premesse fittizie che si muove l’evoluzione del racconto e la riflessione dell’autore.

In Cecità la condizione di partenza che l’autore propone è il propagarsi inarrestabile e veloce di una strana epidemia. Chi viene infettato è infatti colpito da una nuova forma di cecità, non fatta di buio, ma di una nube lattiginosa, battezzata perciò «mal bianco».

Saramago disegna il quadro di una società che perde rapidamente quella dignità che siamo abituati a pensare appartenga di natura all’uomo per cadere nella bestialità e nel caos della più feroce legge di natura per cui «in terra di ciechi l’orbo è re».

Il romanzo descrive un’umanità fragile e in crisi e il suo progressivo abbrutimento facendo da saggio sull’etica della natura umana in cui l’assenza della vista si fa metafora dell’assenza della ragione.

«Bene, grazie mille, […] è ciò che diciamo quando non vogliamo fare la parte del debole, abbiamo detto, Bene, e stavamo morendo, ciò che normalmente si suole definire come prendere coraggio a quattro mani, un fenomeno che solo nella specie umana è stato osservato».

Il pessimismo crudo e autentico dell’autore rivela l’egoismo come chiave totalizzante dell’evolversi degli eventi. Tuttavia un briciolo di solidarietà ed empatia sembra sopravvivere in un piccolo gruppo formatosi dopo l’insorgere dell’epidemia, guidato dagli unici occhi che ancora vedono, quelli di una donna, senza nome come ogni personaggio del libro.

La natura della società fittizia del romanzo risulta corrotta anche prima del diffondersi dell’epidemia e ciò sembra suggerire interessanti interrogativi sul mondo che ci circonda e sulla sua morale.

La lettura di Cecità è un’esperienza consigliata e toccante dal punto di vista emotivo, capace di appassionare e arricchire a ogni pagina anche grazie allo stile innovativo e fluido nella punteggiatura che caratterizza tutta l’opera di Saramago.

«Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono».

L’invito è dunque quello di raccogliere lo spunto lanciato da Elemans attraverso le parole di Barack Obama: leggere per comprendere meglio noi stessi, chi ci sta vicino e l’umanità in senso lato, abbracciare tutto l’orizzonte umano in un’universale dimensione empatica.

«The most important stuff I’ve learned I think I’ve learned from novels. It has to do with empathy. It has to do with being comfortable with the notion that the world is complicated and full of grays, but there’s still truth there to be found».

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