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Il nuovo sogno americano: «A place where every single one of us can breathe»

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«Won’t you help to sing

These songs of freedom?»

Bob Marley, Redemption Song

 L’opinione pubblica dell’intero mondo occidentale è ancora scossa, a più di un mese dall’accaduto, dall’omicidio commesso dall’agente di polizia Derek Chauvin nei confronti di George Floyd, rimasto immobilizzato per quasi 9 minuti e soffocato sotto il ginocchio dell’ex poliziotto, come testimoniato dai filmati che ne documentano l’arresto, il 25 maggio scorso. Le forze dell’ordine erano intervenute per via di una telefonata ricevuta dal negozio dove Floyd aveva appena acquistato un pacchetto di sigarette con una banconota contraffatta. Dalla trascrizione della telefonata effettuata al 911 dal negozio è possibile leggere come gli impiegati denuncino Floyd per l’uso di falso contante e perché «chiaramente ubriaco e fuori di sé».

È noto come, una volta diffusi i filmati, si siano scatenate proteste e rivolte in tutta America, a cominciare dalla città di Minneapolis, luogo dell’accaduto, e, in seguito, in Europa, città italiane comprese, al grido di «Black lives matter» e «No justice no peace», frutto di un’esplosione di consapevolezza di fronte a un problema non nuovo negli Stati Uniti e sicuramente non isolato al continente americano.

Che significa #Blacklivesmatter?

Nel suo Ted talk dell’Aprile del 2019 Baratunde Rafiq Thurston racconta un episodio accadutogli il dicembre precedente, nel 2018, nel Wisconsin. Baratunde e la sua ragazza sono lì per fare visita ai genitori di lei, ma, perché la ragazza ha bevuto, è lui a guidare la macchina del suocero quando vengono fermati dalla polizia. L’agente con cui hanno a che fare è una persona amichevole e professionale, per questo Baratunde può dire di essere sopravvissuto a una situazione «that should not require survival» nonostante la targa dell’automobile del suocero fosse scaduta.

È lecito chiedersi cosa sarebbe successo se il suocero gli avesse anche prestato 20 dollari per comprare delle sigarette senza testarne l’autenticità.

Thurston si interroga su quanto gli è accaduto e sullo spavento provato e decide di collezionare titoli di articoli in cui un afroamericano viene colpito o ucciso, da agenti di polizia nonostante sia disarmato o inerme o casi in cui sono sempre «white people» a chiamare il 911 per attività di afroamericani ritenute illecite come una bambina di otto anni che vende acqua per strada o una donna che aspetta un Uber. Baratunde costruisce quindi un database con queste storie, tuttora consultabile su https://www.baratunde.com/livingwhileblack, organizzate sempre secondo uno schema in cui «a subject takes an action against a target engaged in some activity». Acquisendo sempre più dati, Thurston realizza anche un gioco in grado di rivelare ancor più chiaramente il predominio della “white supremacy” di cui dà anche una definizione:

«When I say ‘white supremacy[…] I’m referring to is a system of structural advantage that favors white people over others in social, economic and political arenas. It’s what Brian Stevenson at the Equal Justice Initiative calls the narrative of racial difference».

 Il gioco di Baratunde culmina con la richiesta di cambiare l’azione che il soggetto realizza sull’obiettivo, ovvero, nei casi citati, la denuncia, spesso immotivata, al 911. Lo speaker chiarisce che non ogni circostanza riguarda problemi razziali e che il crimine vada certamente denunciato, ma di riflettere se, per risolvere situazioni sgradevoli, serva l’intervento di uomini armati di cui è documentato un uso della violenza maggiore su persone di colore e a seguito di telefonate al 911. Il motivo di ciò è presto riassunto: «white people too easily call on deadly force to secure their comfort».

Il gioco si conclude quindi quando un supermercato non chiama la polizia perché una donna nera dona del cibo a un senzatetto, ma la ringrazia; quando una donna decide non di chiamare il 911 per denunciare una bambina che vende dell’acqua, ma di comprare qualcosa per aiutarla. Thurston parla infine di un livello bonus, che chiama “inclusione”, un livello in cui, una volta cambiata un’azione, siamo in grado di cambiare una storia e, quindi, di cambiare un sistema per costruire «a better reality for us all to be a part of».

A tre settimane dall’omicidio di Floyd l’inclusione resta un traguardo lontano e i titoli che hanno alimentato l’indignazione di Thurston non si sono fermati registrando il caso di Rayshard Brooks , ucciso ad Atlanta in seguito a uno scontro con la polizia, chiamata perché l’uomo, all’interno della propria auto, si era addormentato in un parcheggio.

Le manifestazioni continuano e, solo qualche giorno fa, il corpo di polizia ha ancora dato prova, a Detroit, di non sapere contenere le proteste con la moderazione necessaria.

Sono ovviamente da considerare le derive criminali che hanno assunto alcune manifestazioni di protesta in giro per gli Stati Uniti, ma con l’opportuna attenzione a non generalizzare.

Il presidente Trump è stato descritto da più fonti come eccessivamente vago sull’argomento, ma sempre in prima linea per la difesa della polizia. A questo proposito suonano forti le sue parole riguardo la recente discussione sul rendere un reato il chokehold, la manovra con cui Derek Chauvin ha immobilizzato Floyd, soffocandolo. Il presidente si è espresso in linea generale contro l’utilizzo di tale misura, ma ha specificato di ritenerla, in alcuni casi, necessaria, esprimendosi, nei fatti, contrario a una sua condanna, già avvenuta, al contrario, nello Stato di New York dove è governatore Andrew Cuomo, sostenitore dell’iniziativa.

«Com’è misera la vita negli abusi di potere»

Franco Battiato, Bandiera bianca

Un motivo per cui lottare

È interessante confrontare il talk già menzionato con l’intervento del 2015 per TED di Clint Smith, dal titolo How to raise a black son in America. Lo speaker ha lanciato, dopo aver raccontato un emblematico episodio della sua infanzia e con chiaro trasporto emotivo, un appello molto simile a quello di Thurston con una terribile analogia, sul finale, con quelle che poi sono state le ultime parole di George Floyd, divenute oggi motivo ricorrente di cartelloni e simbolo dei movimenti antirazziali:

«When we say that black lives matter, it’s not because others don’t, it’s simply because we must affirm that we are worthy of exsisting without fear when so many things tell us we are not. I want to live around a world where my son will not presumed guilty the moment he is born […] a place where every single one of us can breathe».

Cosa puoi fare tu?

«I walk around in fear, because I know that someone seeing me as a threat can become a threat to my life». Con queste poche parole Baratunde Thurston sintetizza un fenomeno tanto antico quanto naturale: la paura del diverso.

Avere paura di ciò che non si conosce non solo è normale, è un atteggiamento primordiale e istintivo. L’unica medicina efficace per questa paura è la conoscenza, il dialogo con ciò con cui crediamo di non avere nulla in comune, magari con la sorpresa di scoprire una certa similarità. Sembra sin troppo facile come antidoto a un problema come il razzismo, ma la storia è qui a dimostrare il contrario.

Attenzione anche a non cadere nel luogo comune del “non ci riguarda” o “non è un nostro problema”, perché, al contrario, ci riguarda eccome ed è un fenomeno in crescita.

La necessità è sempre quella di alimentare il pensiero critico e fare attenzione a quanti ogni giorno sono esclusi dalla piena dimensione della libertà, fare sentire la propria voce cosicché quella dei più deboli non resti un grido isolato, ma diventi un canto di protesta «perché un uomo solo che grida il suo no è un pazzo, – ma – milioni di uomini che gridano lo stesso no avrebbero la possibilità di cambiare veramente il mondo» (Giorgio Gaber, Mi fa male il mondo).

 

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