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In che città vivremo nei prossimi anni?

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La nostra concezione dello spazio è stata, negli ultimi mesi, stravolta. Per più di due mesi il nostro intero mondo si è ridotto allo spazio della nostra casa, che ha acquisito un nuovo, caleidoscopico, ventaglio di funzioni: non più solo luogo della famiglia e delle passioni, ma anche ufficio, palestra, scuola, pizzeria e ristorante. (Statistiche delle storie Instagram alla mano, si è dimostrato che 9 italiani su 10 hanno ormai acquisito una stella Michelin e sono gran maestri di impasto e lievitazione 20h – come minimo).

Le nostre città cambieranno?

Tuttavia, astinenza da caffè del bar a parte, questo periodo ha mostrato anche alcuni lati positivi di questo dislocamento del lavoro, detto anche smart-working. Preferito da molte aziende nella fase 2, può recare vantaggi economici e sanitari. C’è chi, come Carlalberto Guglielminotti, 37 anni, young global leader per il World economic forum e amministratore delegato di Engie Eps, in un’intervista per il Corriere della Sera, ne cambia il nome in family-working, quasi rendendolo più umano, e stila un decalogo di linee guida per viverlo al meglio.

Già grandi aziende come Google e Facebook hanno prospettato di continuare con queste modalità fino alla fine dell’anno. Ci si chiede, quindi, se resterà un esperimento temporaneo, legato al distanziamento sociale, o se la funzione “ufficio” di questo microcosmo possa continuare a prosperare a lungo, cambiando completamente la nostra concezione di città.

Photo by Anna Auza

Alcune possibili risposte

Diverse sono le risposte di alcuni esperti. «Anche gli spazi domestici, che in questi giorni stiamo vivendo e riscoprendo sotto una luce nuova, dovranno essere necessariamente ripensati, per potersi adattare a più funzioni che non siano soltanto il mangiare e il dormire. […] Inoltre, è indispensabile che le città siano sempre più multifunzionali, con la presenza di tutte le funzioni in modo integrato: residenza, terziario amministrativo, commercio, con attività produttive, agricole, allevamento ecc. La tecnologia è un altro aspetto fondamentale: sarà indispensabile fare investimenti sull’infrastruttura informatica, per permettere che sempre più funzioni e attività siano accessibili online.» Spiega Massimo Roj in un’intervista al Sole 24ore.

Così, invece, Carlo Salone, geografo e docente al Politecnico e all’Università di Torino, esperto di analisi e politica territoriale in un’intervista su La Stampa.

“Diradare, secondo una triplice azione. La prima dovrebbe incidere sugli spazi densi delle aree abbandonate dall’industria, anziché seguire le logiche speculative che cercano la densità. La seconda rafforzare e razionalizzare il trasporto collettivo dal punto di vista tecnologico (l’elettrico) e sanitario (più corse, meno affollamento). La terza affidare alle politiche a scala metropolitana il compito di redistribuire i pesi insediativi e le aree libere: se pensiamo che quasi tutte le Città metropolitane italiane sono urbano-rurali, in quanto corrispondono alle vecchie Province, perché allora non coordinare le politiche di uso dei suoli tra i Comuni in modo più coraggioso?”

Di equità e rigenerazione urbana.

Durante una chiacchierata in una delle nostre dirette settimanali, nate in questo periodo sospeso, abbiamo posto a Delia Valastro, speaker del TEDxCatania e co-fondatrice di Whole, una domanda simile, intrecciandola col tema della rigenerazione urbana, di cui ci ha parlato nel suo talk, all’interno del nostro evento di ottobre, What if – Idee che riscrivono percorsi.

Lo scopo di chi si occupa di rigenerazione urbana e innovazione sociale è di rendere una città più vivibile, dove la vivibilità è intesa come la capacità di ogni individuo di avere accesso ad una risorsa e di ottenerla. Durante questa quarantena, molte attività si sono digitalizzate e spostate online e, se già Steven Johnson poteva parlare del web come città prima di questa accelerazione della digitalizzazione a cui stiamo assistendo, adesso emerge ancora di più la disuguaglianza e disparità di chi non ha un accesso completo e stabile al web e, quindi, difatti, è quasi del tutto escluso da questa nuova cittadinanza virtuale, oltre che da servizi reali. Proprio con l’obbligo prolungato di rimanere in casa ci siamo resi conto, da vicino, di quanto il nostro quartiere sia effettivamente vivibile, di quanto accanto alle nostre case ci sia tutto il necessario o meno. Se adesso è data la possibilità di immaginare delle nuove città di cui abbiamo bisogno, come approfondiva la settimana scorsa il New York Times, che la vivibilità e le possibilità per tutti siano un fattore determinante di questa riscrittura.

E la socialità?

Prendendo in considerazione la possibilità di una nuova città in completo smart-working, di una Manahattan senza uffici nei grattacieli, tenere conto dell’accesso e dell’ottenimento di determinate risorse per tutti è ancor più necessario, ma non bisogna tralasciare anche le conseguenze sul nostro vivere comune.

Immaginare una concezione del lavoro del genere fa sorgere inoltre domande su quanto sia importante l’aspetto umano all’interno di un ambiente d lavoro, anche per la salute dei lavoratori stessi. Quanto sono necessari ed importanti il contatto con i colleghi, lo scambio di opinioni, un caffè in compagnia? Lavorare da casa può essere il preludio per una nuova e moderna forma di alienazione?

E se anche si voglia ritenere non necessario l’aspetto sociale, siamo sicuri che far svanire un ambiente di lavoro collettivo sia proficuo per le nostre aziende?  Una risposta potrebbe venire dal libro “Dove nascono le grandi idee” di Steven Johnson. «L’architettura fisica del nostro ambiente di lavoro può esercitare un effetto rivoluzionario sulla qualità delle nostre idee. Il modo più rapido di congelare una rete liquida è isolare le persone dentro uffici privati, dietro porte chiuse a chiave».

Photo by Mark Tegethoff

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